Corradino Mineo - L’assemblea al Teatro dei Servi è stata una bella assemblea. Oltre 40 interventi, dirigenti di partito, candidate e candidati, semplici militanti che hanno accettato di dire la loro, senza eccezioni, nell’arco breve dei 5 minuti, 300-350 presenti (abbiamo avuto problemi con la sicurezza perché il teatro non poteva contenerci tutti), molta voglia di non lasciar cadere l’impegno profuso in campagna elettorale, di chiedersi perché La (nostra) Sinistra non sia apparsa utile a un numero più grande di elettori e perché invece taluni, che pure avevano costruito il loro impegno di una vita alla sinistra del Pd, questa volta si siano fatti bastare un candidato per bene, o toni più educati da parte di Zingaretti, senza alcun serio ripensamento di linea politica, per decidere di andarsi a riparare sotto quel tetto.
Si è deciso quel poco che si poteva decidere. Innanzitutto, di non chiudersi nel recinto di chi ha sostenuto la lista e di chi l’ha votata, ma di cercare, con la lanterna, come Diogene la “sinistra fuori di sé, come l’ha definita un compagno. Si è deciso di lanciare una dibattito politico-culturale in ogni regione e in ogni luogo, sia pure con la scarsità di forze e di fondi a disposizione. Di affidare, in questa fase, alle capolista il ruolo del coordinamento, chiedendo loro di promuovere in estate le 2-3 iniziative pubbliche che sembrerà opportuno assumere come lista. Di insistere nella propaganda, nell’opera di convincimento, nella battaglia contro flat-tax e autonomia differenziata. Di approfondire, infine, l’analisi sul tema dell’Europa. E di vederci di nuovo, in settembre, con una 2 giorni meglio preparata. Per fare il punto.
Dopodiché, sì, a mio parere, c’è ancora molta confusione sotto i cieli della sinistra, in Italia come in Europa. E allora lasciate ch’io dia qui un contributo estemporaneo, in forma volutamente disorganica, chiosando slogan e possibili luoghi comuni. Alcuni dei quali ho sentito riecheggiare nell’assemblea romana.
C’è uno spazio vasto per la sinistra, un “terzo” spazio, tra “nazionalismo fascista e neo liberismo”! Non c’è nessuno spazio, il bacino d’acqua in cui nuotava la sinistra “anti capitalista”, si è ridotto in Europa e si è essiccato in Italia. La sinistra bisogna costruirla, facendo politica. Sapendo che potrà esisterne una, solo se saprà rendersi utile.
Noi rappresentiamo i movimenti, però non riusciamo a coinvolgerli nelle nostre scelte elettorali, almeno non nell’ultima. Non rappresentiamo nulla! I “movimenti” non hanno bisogno di essere rappresentanti da noi. In genere si rappresentano da sé, costituendosi in lobby democratiche. E semmai si rivolgono a spezzoni di ceto politico che appaiono più forti.
Se avanza l’onda nera è per responsabilità dell’Europa neoliberista e del Pd. Di chi sia la responsabilità, a questo punto, conta poco. L’avversario è davanti a noi. Sostiene che non ci sono risorse per tutti, ma “solo per gli italiani”. Che i diritti civili sono un lusso, se non una colpa. Che i poveri navigano nella stessa barca della borghesia, e gli operai in quella degli imprenditori. Che l’odio contro le lobby europee, contro i migranti clandestini, contro i rom e la sinistra radical-chic è un buon cemento dell’unità nazionale. Siamo capaci di rispondere? Dicendo che le risorse se mancano è perché i ricchi sono indecentemente ricchi, perché una borghesia parassitaria e mafiosa non paga le tasse. Spiegando che l’Italia senza l’Europa sarebbe come un barca alla deriva. Che l’odio genera guerre, e le guerra la rovina di tutti.
Non possiamo allearci senza perdere l’anima. No, a certe condizioni, dobbiamo allearci con il Pd. Prima di porsi il problema delle alleanze bisognerebbe darsi la prova d’essere in vita. Unidas Podemos ha stretto un patto con il PSOE, dopo aver costretto Sanchez a cambiare postura politica e a dire sì alla patrimoniale o all’aumento del 30% del salario minimo. Con l’1,7% alle europee, dire “alleiamoci col Pd” equivale a scegliere di entrare nel Pd. E comunque meglio questo, entrare nel Pd, che agitare l’alibi Bartolo o strizzare l’occhio a un patto che permetta ad alcuni dei “nostri” di essere cooptati in liste frontiste. Ugualmente sbagliato è dire “mai con il Pd”. Se crescessimo, se fossimo capaci di esercitare una qualche egemonia, potremmo stringere patti (per esempio contro la guerra) e con Zingaretti e con Fico. Potremmo sperimentare una collaborazione proficua con i verdi tedeschi. E appoggiarci sulla chiesa di Bergoglio, sia contro la guerra che per l’ambiente.
Ma la paura dell’onda nera ci schiaccia nel frontismo antifascista, snaturando la nostra identità di forza alternativa alla globalizzazione capitalista e al neo liberismo. Che strabismo storico! L’antifascismo si diffuse quando la sconfitta era ormai consumata, essenzialmente “in difesa della patria socialista”. Contro l’ondata dei nazionalismi, prima e dopo la Grande Guerra, né Lenin, né Luxemburg, né Gramsci immaginarono politiche frontiste. Il compito d’oggi è promuovere una battaglia radicale contro il nazionalismo, mostrarne la vocazione distruttiva, la paralisi che porta con sédelle forze produttive, svelandone il ruolo a sostegno di lobby al potere e vecchi rapporti di produzione. E nella battaglia contro questo nemico, aprire spazi inediti, anche di governo, per la Sinistra.
Viviamo nei centri urbani e non rappresentiamo le periferie. Il disagio, la rabbia popolare si esprimono nel voto alla Lega. La scoperta dell’acqua calda o l’uovo di Colombo. A metà degli anni 70 gli operai della Fiat, sindacalizzati di recente, tendevano a sposarsi o a convivere con insegnanti delle scuole dell’obbligo. Due salari, senza ancora figli, qualche buon libro, un salto in trattoria e un bel viaggio d’estate, riuscendo a far coincidere le ferie. Si può ben dire che i “capi”, i quali marciarono in difesa del padrone nel 1980, conducessero una vita più misera e disgraziata di quegli operai. E con ciò? A occhio sarei poi restio a definire la rabbia delle periferie come proletaria o sotto-proletaria. In alcune di queste zone, il vissuto mi sembra tipicamente piccolo-borghese. La sensazione della gente che vedo manifestare accanto a Forza Nuova o Casa Pound, è probabilmente quella di essersi appena tirati su dal peggior degrado. E di avere perciò paura che “neri” e “rom” li riportino nel buco del loro passato. In ogni caso la destra nazionalista ha sempre avuto gioco facile con i ceti popolari. La sinistra al contrario deve saper “costruire” l’alternativa e renderla credibile. Dopo tutto solo con la guerra si costruirono i “soviet degli operai e dei soldati” (contadini). Non chiediamoci da dove veniamo, ma piuttosto che cosa sapremo proporre.
Lavoro, lavoro, lavoro! Oh certo. Ma attenzione, che il lavoro cambia. Negli anni 60 i comunisti alla Fiat erano ridotti nell’angolo, pochi iscritti, in genere operai professionali, quasi storditi davanti alla massa di neo assunti, per lo più ex contadini, addetti alla catena, apparentemente senza arte né parte. Poi la lotta riprese, partendo proprio da quell’operaio massa, portatore di bisogni primari, anche con qualche tentazione luddista. Oggi le vertenze industriali hanno un marchio generalmente difensivo (da Mercatone Uno, alla Whirlpool), mentre il mondo del lavoro precario e temporaneo, degli stage pagati 300 euro, dei braccianti stagionali e dei giornalisti a 5 euro per pezzo, dei “riders” e delle badanti, quel mondo del lavoro vasto ( e forse prevalente) non è rappresentato o lo è molto poco. Qui c’è una sfida cruciale. Come i socialisti all’inizio del 900, il nostro compito è provare a unire il lavoro parcellizzato, operai della braccia e intellettuali, con pochi diritti e costretti in una situazione di quasi schiavitù, visto che lavorano quando e quanto vuole il padrone.
E il disagio psichico, la paura, la solitudine? Se ne parla poco nelle riunioni, anche se spesso traspare dagli interventi uno sconcerto, forse una difficoltà a comprendere, o invece un certo pudore di spingersi in terram infidelium, fuori dal recinto tradizionalmente coperto dal linguaggio del movimento operaio. Eppure Trotski o Gramsci, ne parlavano. L’alienazione per Marx non era solo la perdita del valore-lavoro. La Sinistra non dovrebbe sottovalutare la risposta che il lato oscuro della forza, intendo sia gli integralisti wahhabiti che i suprematisti bianchi, sa dare alla sofferenza esistenziale e psichica. Dovremmo illuminare quei sottofondi dell’anima, e offrire alla umanità dell’uomo una prospettiva, un riscatto nella lotta.
Sconfitti, non in fuga
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